Agricoltura 4.0: il mercato cresce, ma il digitale fatica

Giro d’affari a 2,5 miliardi nel 2025 (+9%). Ma più della metà delle aziende agricole italiane non ha ancora investito in tecnologie smart. Cosa frena il settore e quali competenze servono per farlo decollare

L’agricoltura digitale non ha mai avuto così tanto da offrire. Oltre 1.200 soluzioni hi-tech sul mercato, più di 400 provider, investimenti in crescita. Eppure meno della metà delle aziende agricole italiane usa almeno una tecnologia smart. E le figure professionali capaci di colmare questo divario, per ora, sono poche.

È questa la fotografia scattata dalla nona edizione della ricerca dell’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano e dell’Università di Brescia.

Cresce chi investe. Gli altri restano fermi

Il mercato dell’Agricoltura 4.0 è salito a 2,5 miliardi di euro nel 2025, +9% rispetto ai dodici mesi precedenti. Un balzo dopo la flessione del 2024 (-8%), che riporta il settore ai livelli record del 2023.

Le cifre sull’adozione di soluzioni smart raccontano però un’altra storia. Le aziende agricole italiane che le usano restano il 42%, la stessa percentuale del 2024. La superficie coltivata con tecnologie 4.0 fa solo un piccolo passo avanti, dal 9,5% al 10%. Il livello di maturità digitale del settore resta invariato:

  • il 9% delle aziende può essere definito maturo;
  • il 33% è in cammino verso una maggiore digitalizzazione;
  • il 58% è ancora indietro.

Il fatto che il mercato dell’agricoltura hi-tech cresca mentre i livelli di adozione restino stabili indica che la spinta arriva soprattutto «dagli investimenti fatti da quelle aziende che avevano già investito in passato in soluzioni di Agricoltura 4.0 e che stanno proseguendo nella loro roadmap verso una piena digitalizzazione», sintetizza Andrea Bacchetti, direttore dell’Osservatorio Smart AgriFood. La sfida ora? «Coinvolgere oltre metà del tessuto agricolo che non ha ancora intrapreso questo percorso».

Il software accelera. Il digitale entra in azienda

A trainare la crescita degli investimenti sono i software. In particolare i sistemi di gestione aziendale (FMIS, Farm Management Information System), cresciuti del 17% nel 2025, e i sistemi di supporto alle decisioni (DSS, Decision Support System), in aumento del 26%.

Anche il comparto dei macchinari connessi torna a mostrare un segno positivo (+2%). Avanzano poi le soluzioni di telemetria e controllo di macchine e attrezzature agricole (+3%).

I tre freni dell’Agricoltura 4.0

Gli strumenti ci sono. I risultati, per chi li usa, arrivano. Eppure più della metà del settore agricolo italiano non ha ancora fatto il passo. Le ragioni sono tre.

Il primo ostacolo è meno ovvio di quanto sembri: circa un terzo delle soluzioni di agricoltura 4.0 disponibili sul mercato non è ancora conosciuto dalle aziende agricole. Un’offerta in continua espansione che spesso non intercetta la domanda.

Il secondo nodo è strutturale. Solo il 21% delle aziende agricole investirebbe in tecnologie digitali anche in assenza di incentivi pubblici. Il terzo: le competenze. Il 46% delle aziende che già usano soluzioni digitali dichiara un livello di competenze digitali basso o molto basso.

«Sette agricoltori su dieci non hanno svolto alcun tipo di formazione per riqualificare queste competenze. E sei su dieci non prevedono di farlo nemmeno nei prossimi anni», conferma Bacchetti. La sua diagnosi è netta: «Senza una riqualificazione delle competenze, non ci sarà mai la piena diffusione della digitalizzazione in agricoltura».

Una lettura condivisa anche dalle organizzazioni della filiera. «L’agricoltura italiana non è in ritardo nell’adozione di processi digitali e 4.0 per motivi tecnologici, ma organizzativi e culturali», sostiene Luca Brondelli di Brondello, vicepresidente di Confagricoltura. A pesare sono soprattutto «la frammentazione delle strutture aziendali, competenze tecniche insufficienti, politiche non sempre coordinate e procedure burocratiche per l’accesso agli incentivi troppo complesse e farraginose».

Chi sceglie il digitale non torna indietro

Il quadro, però, non è tutto grigio. Per chi ha già fatto il salto digitale, i risultati arrivano. Più del 90% delle aziende che usano soluzioni smart dichiara benefici almeno in linea con le aspettative. Solo il 2% abbandona una soluzione dopo il primo utilizzo.

E il mercato sembra pronto ad allargarsi. «Il 50% delle aziende ferme oggi dichiara che investirà in soluzioni digitali – prevede Bacchetti -. Ci aspettiamo di vedere nel 2026 una crescita del mercato da parte non di aziende che già hanno investito, ma di nuove aziende agricole che fanno questo investimento per la prima volta».

Il divario che crea nuove professioni

Cosa trova oggi chi entra nel mercato del lavoro nella filiera agroalimentare? Un settore in trasformazione, con più tecnologia di quanta riesca a usarne. E una carenza di figure professionali capaci di colmare quel divario.

È uno scenario che richiede un cambio di passo sulla formazione. Una leva cruciale su cui puntare sia per chi già lavora nel settore, sia per chi si sta preparando a entrarci.

Il profilo che si va delineando è quello ibrido: figure che sappiano stare a metà tra il campo e l’ufficio, tra la conoscenza agronomica e quella digitale. La crescita degli investimenti nei sistemi gestionali lo dimostra: le soluzioni smart sono sempre più utilizzate dentro le aziende per pianificare le attività, prevedere i fabbisogni, supportare le decisioni.

Servono quindi persone capaci di leggere i dati prodotti dai sensori nei campi, interpretare i report dei sistemi di supporto alle decisioni, valutare il ritorno degli investimenti tecnologici e accompagnare le aziende agricole nella transizione digitale.

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